La favola dell’università popolare
Con insopportabile banalità, giornali e televisioni definiscono “furbetti” studenti e famiglie che falsificano l’Isee (Indicatore situazione economica equivalente) per ottenere sconti nelle università. Troppo facile. Nei tre atenei romani il fenomeno si è rivelato surreale: su 196 mila iscritti agli atenei pubblici, l’83 per cento presenta la dichiarazione Isee, e dal controllo di qualche centinaia di casi il 63 per cento risulta non in regola.

Con insopportabile banalità, giornali e televisioni definiscono “furbetti” studenti e famiglie che falsificano l’Isee (Indicatore situazione economica equivalente) per ottenere sconti nelle università. Troppo facile. Nei tre atenei romani il fenomeno si è rivelato surreale: su 196 mila iscritti agli atenei pubblici, l’83 per cento presenta la dichiarazione Isee, e dal controllo di qualche centinaia di casi il 63 per cento risulta non in regola. Ma evasioni attraverso lo stesso meccanismo sono segnalate ovunque: dalla Liguria per i ticket sanitari alle case popolari di Oristano. Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate, considera l’Isee un colabrodo, e ha minacciato guerra ai finti poveri di un paese che dichiara redditi medi lordi di 19 mila euro, con metà dei contribuenti che afferma di non arrivare a 15 mila. Dei guai combinati da Stefano Ricucci, l’aver popolarizzato il termine “furbetti” è tra i più seri; non solo per la pigrizia mentale con la quale viene propinato, ma perché impedisce di vedere le cose. Nelle università si tratta della somma tra l’Isee e le rette politiche degli atenei, due aspetti di un welfare universalista per il quale (in teoria) tutti hanno diritto a tutto, e più poveri si appare meglio è. L’Isee, introdotto nel 1998 dall’Ulivo, che né il centrodestra né i bocconiani né il governo lettiano hanno riformato, incrocia redditi e patrimoni con 60 livelli di “equivalenza”: tutto autocertificato. Si arriva oltre i 90 mila euro; poi si è ufficialmente dichiarati paperoni. Quanto alle rette, a Roma si pagano a Ingegneria e Medicina 2.200 euro per l’ultima di 34 fasce Isee: ma in quella dei 19 mila euro “medi” ne bastano 650. Cifre che non trovano rispondenza nel mondo né nella logica. Qual è il risvolto della medaglia? A danno degli studenti, la mancanza di borse di studio per merito e dei mutui per pagare le rette rimborsabili nei primi anni di lavoro. Due meccanismi generalizzati all’estero, che incentivano la meritocrazia, l’autonomia dalle famiglie e la ricerca dell’occupazione, dove collaborano gli atenei, le banche che mettono i soldi e lo stato che li garantisce. L’Italia no: privilegia un pauperista diritto allo studio che spesso porta alla disoccupazione (magari finta) o a un reddito da tener basso per meglio navigare nell’Isee e in altre diavolerie burocratico-fiscali.